Mejo falliti

Facciamo i nomi? Facciamoli. Giancarlo Cimoli, primo nome. Ha lasciato le Ferrovie nel 2004. Buonuscita: 6,7 milioni di euro. Qualcuno ha il coraggio di dire che ha ristrutturato le ferrovie? Nessuno. Anzi no, uno c’è. Facciamo il nome? Facciamolo: Lunardi. Che infatti lo manda a ristrutturare Alitalia. E Cimoli dichiara: il 2006 sarà l’anno del pareggio. Bisognerebbe chiedere a Lunardi che ne pensa.
Comunque. Per quanti non lo sapessero, dal 2005 più di 3.000 lavoratori hanno lasciato Alitalia. La chiamano mobilità. Poi ci sono quelli in cassa integrazione, quasi 20.000. No, per dire, non è mica tutto rosa e fiori! A sentire i telegiornali Alitalia è crollata perché piloti, hostess e steward guadagnano milioni (di euro) e lavorano meno di qualunque altro loro collega. Penso sia noto a tutti, meno che ai telegiornali, che non esiste solo il personale di volo ma c’è anche il personale di terra. Poi, se bisogna fare paragoni, facciamoli per bene. Coi nomi e i cognomi.
Giancarlo Cimoli, buonuscita: 8 milioni di euro. Capirete, con uno stipendio di 2 milioni e 791.000 euro l’anno, ossia 196.000 euro al mese… per andarsene ci vuole una bella spinta. Lo stipendio di Cimoli è tre volte più alto di quello dell’amministratore delegato di British Airways, che invece funziona benissimo. E 4 volte superiore al collega di KLM. E 6 volte superiore a quello di Air France. Eppure Air France non andava bene. Bisognava difendere l’italianità della compagnia. Perché, ripete sempre il mio amico Walter Franklin parafrasando Marx, la gente è così stupida da pensare sia meglio essere sfruttati da un padrone italiano che da un padrone straniero.
L’offerta di Air France – che si accollava i debiti di Alitalia, limitava gli esuberi a 2000 unità, eliminava l’hub di Malpensa ma salvaguardava quello di Fiumicino – è stata giudicata inaccettabile da Berlusconi. E giù fischi al governo Prodi, e giù applausi ai sindacati, che avevno fatto saltare l’accordo. E tutto in nome dell’italianità della compagnia aerea. Che nessuno tocchi i nostri Cimoli, insomma.
Sarà che è bravo, Cimoli. Io non me ne intendo e non giudico. In treno e in aereo ci viaggiate anche voi. Tirate le conclusioni.
I giornali ve la raccontano in un modo. I TG anche. I diretti interessati pure. Berlusconi ed i suoi power rangers idem. Vi dicono tutti che il problema di Alitalia sono i sindacati e i lavoratori. Pare che Cimoli – e le tartarughe ninja che lo hanno preceduto – non abbiano nessuna responsabilità. Pare che nessuno voglia parlare della bocciatura europea del piano di rilancio Alitalia del 2001. Delle responsabilità politiche di allora. Dell’incapacità della nostra classe manageriale (scusate l’ossimoro) di restituire prospettive all’azienda.
Poi arriva la cordata italiana, quella promessa da Berlusconi in piena campagna elettorale. Quella che deve difendere l’italianità della compagnia. E quale offerta avanza? Settemila esuberi, acquisizione e successiva ristrutturazione della parte aziendale sana (la cosiddetta bad company, quella dei miliardi di debiti, graverà sul groppone degli italiani) e non basta. Non solo non salverà l’hub di Malpensa, ma farà saltare anche quello di Fiumicino, puntando tutto sui voli interni. Una strategia brillante. Soprattutto in vista dell’entrata a regime dell’alta velocità sulla tratta ferroviaria Roma-Milano. Lungimiranza dei nostri manager da quattro soldi… (pardon, milioni).
Dulcis in fundo, riduzione del costo del lavoro del 40%. Mentre i vari Cimoli di turno continueranno a guadagnare i loro milioncini ed ad intascare liquidazioni faraoniche.

Viene il dubbio che salvaguardare l’italianità della compagnia significhi mantenere inalterato il livello di cialtroneria di Alitalia, quello standard minimo richiesto dal capitalismo straccione italiano. Insomma, voglio dire, socializzare le perdite, privatizzare gli utili, ricorrere alla cassa integrazione, confondere gli ammortizzatori sociali con proclami del tipo… li facciamo riassumere alle Poste… ma chi, i piloti? le hostess? alle poste? Mario, ti prego, tu che puoi dì qualcosa sulle Poste…

La cordata italiana. Facciamo i nomi? Facciamoli. Colaninno. Ma chi? quello che hanno candidato nel PD? Quasi. Quello del PD è il figlio, quello della cordata il padre, l’amicone di D’Alema, quello che ha comprato Telecom senza investire un soldo (leggete anche questo articolo). E poi i soliti immobiliaristi. Gli “Arditi” del capitalismo italiano. Hanno subito fiutato l’affare. L’affare, proprio così. Molti si chiedono: chi mai investirebbe in una compagnia sull’orlo del fallimento? Ve lo dico io. Gli stessi che hanno fatto fallire la trattativa con Air France, svalutare definitivamente Alitalia, convinto tutti che il tracollo della compagnia fosse dipeso dai sindacati e dai lavoratori, privato sindacato e lavoratori di credibilità e potere contrattuale, indotto l’opinione pubblica a ritenere “normale” che lo stato risponda dei debiti di Alitalia, tentato subdolamente di tenere aperto il canale che gli avrebbe permesso di rivendere a cento, all’estero, quello che poco prima avevano pagato 1, in Italia.

L’italianità.

Adesso che anche la trattativa con la cordata italiana è saltata bisogna cercare i colpevoli. Perché anche da una sconfitta si possono trarre vantaggi. Infatti Berlusconi non ha dubbi e condanna il sindacato in generale e la CGIL in particolare.

È vero, sono stati la CGIL e i sindacati interni di Alitalia a negare la firma sull’accordo-truffa Alitalia. Salterà fuori un nuovo acquirente? Se così fosse, e se l’offerta avanzata risultasse almeno pari a quella Air France, la CGIL avrebbe messo a segno un colpo da maestro. Ma se ciò non accadesse e Alitalia fallisse per davvero? Qualcuno tornerà immediatamente a parlare di nuovo modello contrattuale. Facciamo i nomi? Facciamoli. Emma Marcegaglia. Oppure Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria. Che già a maggio andava dicendo: la contrattazione collettiva, se proprio deve esistere, deve limitarsi a favorire la competitività delle imprese.

Quanto ai salari, tutto rimesso alla contrattazione aziendale. Alitalia è un caso emblematico di come funziona la contrattazione aziendale: prendere o lasciare. Se però lasci…

Ad aprile c’era stato anche Montezemolo, i sindacalisti – aveva detto Montezemolo – sono una casta, professionisti del veto: i lavoratori stanno con noi. È vero, su Alitalia la CGIL ha posto il veto. È vero, i lavoratori fanno fatica a sentirsi rappresentati dai sindacati. Che stiano con Montezemolo, però… oppure con i Cimoli. Oppure con i Colaninno. Oppure con le Marcegaglia. Non so. Io non me ne intendo e non giudico. Un paio di giorni i lavoratori di Alitalia gridavano mejo falliti che in mano a ‘sti banditi. Tirate le conclusioni.

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