“Coi tuoi piccoli occhi bestiali
Mi guardi e taci e aspetti e poi ti stringi
E mi riguardi e taci. La tua carne
Goffa e pesante dorme intorpidita
Nei sogni primordiali. Prostituta…”
Dino Campana
La luce che può variare dalla stagione e dall’ora del giorno, può trasformare completamente la città, qui. Però le stanze di questa città, come la mia, cercano di mantenere sempre qualcosa di immutabile, come se fossero vuoti ventricoli di un gigantesco cuore. E fuori gli autobus che sbattono sulla strada il loro vetro, e le auto che ripassano il grigio delle arterie, le sirene delle guardie, la voce di un villano, e i soliti rumori, qui al quarto risonante piano di una via troppo stretta. Uscire mani in alto, per assorbirsi a loro.
Questa è una piccola città e se uno non abita lontano dal centro può fare facilmente una bella passeggiata, disinteressata se è povero. Però vedi in centro negozietti gestiti da signore che vendono semplici borse di tela a 200 euro e poi vietano ai mendicanti di chiedere l’elemosina adducendo la saggia motivazione, semplice, che ingombrano il passaggio. La teoria si rifà alla “domanda di sicurezza”, alla paura. Perché uno che non mangia quasi mai potrebbe aggredirmi energicamente e farmi del male, o con le ultime forze lanciarmi un’ingiuria che ferirebbe per molto tempo la mia coscienza. Forse hanno dimenticato nel decreto di precisare che la soluzione all’ingombro arrecato da queste persone va risolto nella modalità dello smaltimento dei rifiuti detti solidi (quando non urinano per strada), e anzi tossici, in quanto come cazzo faccio a uscire da un negozio dove ho lasciato soddisfatto 200 euro e a trovarmi uno che mi chiede una monetina, quando io proprio non gliela voglio dare? I soldi sono miei e me li spendo come mi pare, tu vai a crepare nella tua cazzo di discarica. Mi intossichi.
A me sinceramente ingombrano di più i tavoli dei tuoi ristoranti che ogni anno si mangiano la strada in una concorrenza che piazza clienti a mangiare come maiali all’ ingrasso. Io mi chiedo ogni volta: come si fa a farsi una bella mangiata con il pericolo che qualcuno ti possa cadere nel piatto? O che semplicemente ti scruta mentre tu fai quella cosa intima che è mangiare? Lo so, se funziona si dirà che gli italiani mangiano per strada mentre la gente ti cammina intorno da tutte le parti, e sarà così, talmente caratteristico.
E queste belle pietre di San Lorenzo mi legano con la forza dell’uomo che le ha cavate su a Boboli, e come sono indeboliti i marmetti dei davanzali della periferia, tristi i suoi lattonieri, stanchi e stranieri i suoi carpentieri. Qualcuno qui nella folla che mi pressa e mi viene contro sa perché vogliamo vivere nelle città costruite da altre epoche e ci annoia vivere nelle nostre?
E invece adesso che sono in via della Vigna Vecchia mi rendo conto che non potrei mai vivere in questa zona. Non c’è un tabaccaio, non c’è un bar, non c’è un fornaio. Potrei viverci solo se riuscissi a cibarmi soltanto di giacche di pelle e scarpe da donna.
Mia cara nonna fascistella, il dio che ti ha fatto mettere su tanto magistralmente le tue pietre secolari non stava in queste persone, che oggi costringono l’artista ad abiurare in favore di un altro dio, il tuo dio. Il tuo medioevo ti è stato perdonato, e tu lo stai vivendo oggi. E forse non ti ricordi che se quel Francesco non avesse innalzato l’elemosina a religione di vita adesso meno forestieri di tutto il mondo verrebbero qui ad ammirare la meraviglia degli absidi di Santa Croce che nessun Giotto avrebbe dipinto.
Ma doppiata la piazza, prima di arrivare ai Ciompi, sento dei rumori insoliti, come di un incidente. Sento insulti, singoli e in coro, odore di bruciato. Voltato l’angolo trovo una scena che non mi aspettavo proprio. In via dell’Agnolo qualcosa che assomiglia a un raduno di tifosi testecalde, ma che non c’entra niente. Trovo subito un volantino dove c’è scritto che stanno effettuando lo sfratto coatto di alcuni residenti in quella zona e che i cittadini vogliono impedirlo.
Proprio quando alzo lo sguardo i poliziotti sfondano il muro di cassonetti in fiamme, (con un mezzo blindato e dopo aver placato le fiamme), e cominciano a fare una carica come si deve. Mi metto a correre e a deviare per le stradine come un pazzo, ma non ho per niente fiato, ma non serve, perché nessuno mi rincorre, e anzi lì in strada sembra tornata la situazione di prima, stavolta però la barricata sta all’inizio della via, e la fanno le macchine della polizia, mentre dall’altra parte la gente grida ancora.
Poi ho saputo che quel giorno erano state sfrattate alcune famiglie e alcuni esercizi commerciali, due bar, una rosticceria una lavanderia. Loro andranno in un quartiere nuovo in periferia, e dopo un po’ si abitueranno e si calmeranno, e qui ci verranno dei replicanti dei pub del centro, che così saranno ad essi collegati, come una catena, come la corda che ti impicca.
Sei così diversa dalle città dell’Adriatico dove ancora rozzi pionieri, con la semplicità immediata della loro urbanizzazione, cercano di imparare da voialtre.
Torno a casa, o meglio alla base, al mio rifugio. Un cinese che mi vende la Moretti lo trovo sempre aperto, e arrivato quasi sotto casa mi siedo sull’erba in piazza e mi apro la mia birra. Ormai è primavera, la stagione mitologica di questa città del fiore.
Una gita di bambini si mette in fila per due, un arabo con la ragazza a una panchina, due americane prendono il sole, un gruppo di studenti non fa un cazzo.
Mentre cerco di elencare le lingua sentite nell’ultima mezz’ora, arrivato a dieci mi perdo. La vita del paese, in questo momento di tranquillità mi chiedo come sarà ora la vita al paese? Una risposta sola: lì amare e odiare non è facile come qui.
