Con il suo “Libro Naturale” Angelo Calvisi immagina di essere il curatore di un manoscritto del 1403 redatto dal monaco renano Gordianus Lardovellus. Di cui sappiamo poco, in effetti, ma quel poco ci aiuta a coglierne alcuni tratti interessanti. In giovinezza, ad esempio, fu coinvolto in uno scandalo: lesse in pubblico un testo in cui «metteva in discussione l’ordine della creazione e paragonava i sacramenti agli umori delle piante». Fermato da un frate, fu costretto a ritirarsi presso un convento. Ma la vita monastica, a quanto pare, gli andò un po’ stretta. Tant’è che un giorno si ritirò dal mondo e si nascose nella cantina della canonica di Sankt Marten zu Widelgrund. Vi rimase un mese intero, circondato da muffe, nutrito dai loro umori lattiginosi, dalle loro fermentazioni e spore. Venne infine ritrovato da un fraticello, che lo riportò alla luce, in uno stato di ebetudine.
Ecco, mi piace pensare che Calvisi racconti questo aneddoto per instillare il sospetto che il “Libro Naturale” sia il frutto del perdurante effetto allucinogeno delle muffe, dello stato di grazia indotto dalle esalazioni tossiche della cantina di un monastero. Come si potrebbe spiegare, altrimenti, la capacità di Gordianus di penetrare il mondo, lucidarne ogni elemento, dispensare interpretazioni illuminanti… anche quando errate? «Alla fine possiamo significare che il minerale, con i suoi strati e i suoi tenebrosi magazzini, si pone incontro all’accrocchio terracqueo come una spada di Damocle che scompagina i progetti, anche se, in verità, non in modo davvero decisivo, poiché esso è sotterraneo e non precipita dall’alto come una lama e, perciò, a ripensarci un minimo, ritiriamo quanto appena proferito».
E come si potrebbe spiegare, altrimenti, l’originalissimo, incontenibile, ribollente stile di Gordianus se non riflettendo sul paradiso artificiale da cui è sgorgato? «È lì, nella voragine colante, che si intuisce l’esistenza di grappoli vitrei, perle bollenti, vitaminizzate, decalcificanti, che si agitano nel brodo primordiale come aspirine cosmiche in preda all’angoscia dell’effervescenza».
Il “Libro naturale” è dunque una «curvatura dell’oblio», per usare le parole dello stesso monaco. E se la definizione non è chiara, allora si può tentare di dire ciò che non è: un romanzo, un saggio, un libro di filosofia, un bestiario medievale, un erbolario, un antidotario. Ma è ragionevole un azzardo: l’oggetto del manoscritto è il mondo intero, ossia tutto quel che è parte del regno minerale, del regno vegetale e di quello animale. Ma anche tutto quel che ne resta fuori. Operazione iperbolica e scellerata, certo, ma non così rara tra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento, snodo temporale certamente immune dall’odierno sovraccarico d’informazioni, verità e imposture.
«L’Evangelista delle muffe», insomma, maneggia con una certa disinvoltura la complessità del creato, la descrive, la esaspera e la risolve, mette in discussione ogni rigida classificazione e punta il dito su esemplari liminali, in cui la natura animale può volgersi in minerale e il minerale, a sua volta, confondersi col vegetale. Dove, pertanto, ogni idea di “ordine naturale” pare a dir poco bislacca.
Fortuna che Calvisi, nutrendosi di letture sapienziali come il “De Rerum Natura”, sa che se ordine esiste, è certamente indipendente da qualunque divinità. In fondo è sbagliato parlare di «regni», minerale, vegetale e animale: non esiste regno e non esiste re che lo governi, esistono solo processi evolutivi, sequenze di cambiamento. Nel capitolo II dedicato ai minerali leggiamo: «nei primordi, gli elementi costitutivi della terra, non raggruppandosi secondo alcune regola, giacevano in perfetta letizia […]. Tutto era privo di volontà, in un equilibrio senza pretese. In quella condizione prenatale, l’universo sembrava opposto ai nostri tempi rancorosi. Oggi, l’ordine simmetrico, rigido e presuntuoso che abbiamo imposto alle cose, ha generato squilibri più profondi del disordine originario».
Una riflessione che, in un certo senso, individua nella volontà (anche la volontà di classificare) l’origine delle contemporanee aberrazioni. Conclusione sorprendente… per un libro che dovrebbe mettere ordine. D’altro canto, sebbene la struttura segua un percorso ben preciso, l’opera appare deliziosamente disordinata, eccentrica. «Tutto ciò che si ripete senza errore, reca in sé il marchio dell’ossessione cosmica. È perciò nella lieve stortura che la salvezza abita, nel disallineamento che il flatus mundi trova spazio». La salvezza abita nella stortura, nel potere lisergico delle muffe, nello slancio caotico, contraddittorio, indecifrabile e refrattario a qualunque ordine che, alle volte, genera la vita: «un’unica vita pluralisticamente composta, aggregata, collettiva, incrostata».
Il “Libro naturale”, d’altra parte, indossa una veste grafica che l’apparenta senza dubbio al manoscritto Voynich, coevo, il cui sistema di scrittura non è stato mai decifrato e le cui immagini di piante non rimandano ad alcun vegetale noto. E, guarda il caso, nel capitolo sulle piante Gordianus annovera le sconosciute radix umbrae (che cura l’insonnia), laminaria volubilis (che dissolve l’ansia), cicuta aurea (che fa dimenticare d’esser malati), salsuginea dolens (pianta delle vedove), verbenula triformis (che un giorno placa il mal di schiena, un giorno lo aumenta, il terzo lo traduce in poesia). E ancora almanacca piante vagabonde, vegetali mendaci, verzure che instaurano un «dialogo silenzioso tra ciò che cresce e ciò che giace». Se le piante possono parlare, i minerali certo non restano muti: «Chi crede che le pietre siano mute, sbaglia come chi crede che la luna sia cieca: entrambe, invece, hanno orecchie larghissime e parlano per risonanza».
E gli animali? Gordianus ci dice che ogni loro pinna, o piuma, o artiglio (a dispetto di qualunque tentativo di tassonomia) è la manifestazione del desiderio originario, l’epifania dell’urgenza iniziale. Che, fra l’altro, mette in discussione qualunque forma di ortodossia antropocentrica: lo slancio vitale che ha reso il pesce e l’uccello ciò che sono – cioè, rispettivamente, un uccello che ha smarrito l’aria e un pesce che, ribellatosi all’acqua, ha inghiottito il cielo – è lo stesso slancio che ha reso l’uomo ciò che è: un animale sbagliato in altro modo, la creatura più fragile e contraddittoria di tutte, il «grumo di carne pensante» che prende forma alla fine del ciclo, in coda al processo, nell’ultima cella del caravanserraglio, dopo la «capra epilettica che prevede i terremoti, il maiale bilingue, il cammello triste, la lontra vendicativa, il rospo delle scadenze».
[Angelo Calvisi, Il Libro Naturale di Gordianus Lardovellus, Exòrma 2026]
