L’11 novembre 1487 una strana bestia si aggira per le strade di Firenze, un essere che pare uscito dai bestiari medievali. Ha la testa di un cammello, il collo di un cavallo, il resto del corpo simile a un leopardo fatta eccezione per le zampe e la coda, tipiche di un bue. Il pelo è rossiccio e maculato. Le gambe anteriori misurano circa tre braccia, quelle posteriori due, il collo quattro. Una bestia stravagante, non c’è dubbio, un esemplare mai visto prima. Se ne parla nelle cronache del periodo e nelle ricordanze di testimoni oculari più o meno illustri. Realtà o finzione? Forse si tratta di un’allucinazione collettiva, una reazione isterica alla minaccia turca, quanto mai concreta dopo i fatti di Otranto.
Dal 9 all’11 agosto 1480, dopo aver cinto d’assedio la città, gli ottomani danno l’assalto alle mura. Riescono ad aprire una breccia e a penetrare all’interno della cittadella fortificata. In poche ore travolgono l’esigua guarnigione di difesa. I sopravvissuti si rifugiano nella cattedrale che, in breve, viene espugnata. Il vescovo viene impalato e decapitato, tutti quelli che hanno compiuto quattordici anni vengono uccisi, i più giovani e le ragazze sono venduti come schiavi, chi non può viaggiare finisce sgozzato, le donne violentate.
Il mondo cristiano è sgomento. Di fronte alla minaccia turca le corti italiane sembrano impreparate, sia sul piano psicologico che su quello militare. Più in generale l’Europa attraversa un periodo di grande difficoltà: la peste ha innescato una crisi demografica dalla quale esce a rilento, i conflitti dinastici innescano continue tensioni e guerre intestine, anche la Chiesa attraversa una profonda crisi, causata dallo scisma d’Occidente. L’Impero ottomano, d’altra parte, sembra di gran lunga più competitivo: poggia su uno stato centralizzato, coeso e dinamico, gode di un’amministrazione efficiente, ha una forte capacità militare che, nel tempo, le assicura il controllo di rotte commerciali strategiche. In più, vive una fase di intensa crescita demografica. Forse è venuto il momento che l’Europa cristiana ceda definitivamente il passo all’arrembante impero Ottomano. Un imprevisto esito che premia il vantaggio competitivo e la capacità di adattamento dei dirimpettai del Sacro Romano Impero.
Nel frattempo le varie diplomazie si muovono, tessono una fitta tela di alleanze, così da frenare l’ambizione ottomana. Si adegua anche Firenze che, attraverso i propri ambasciatori, intreccia rapporti e collaborazioni sia con i Turchi che con i Mamelucchi d’Egitto.
Sono gli anni di Lorenzo il Magnifico, che l’11 novembre 1487 riceve la visita di Ibn-Mahfuz, ambasciatore del Sultano d’Egitto. Di quella visita troviamo traccia in una lettera inviata dallo stesso Lorenzo il Magnifico a papa Innocenzo VIII: «Il nobile Malsot Ambasciatore del Grande Signore Soldano tornandosi al presente al suo paese per la via di Roma, me ha fatto intendere, avere alcune commissioni dal suo Signore alla S. V., e me ha pregato, che lo raccomandi a quella, ed io, quando bisognasse, lo farei volentieri». (“Lettere di Lorenzo il Magnifico al Sommo Pontefice Innocenzio VIII”, Firenze 1830).
Quello che Lorenzo il Magnifico chiama Grande Signore Soldano è il sultano d’Egitto Al-Ashraf Qaitbay. Il cui ambasciatore porta con sé doni memorabili e, fra questi, una bestia mai vista prima a Firenze. In realtà un esemplare della stessa specie era già arrivato in Italia, millequattrocento anni prima. Nella sua “Naturalis Historia” Plinio il Vecchio racconta che a condurla per le strade di Roma fu niente meno che Giulio Cesare, di ritorno dalla campagna militare in Nord-Africa: «Camelopardalis, Caesar dictatore primum inlata, ostendit similitudinem simul cum pardo et camelo. Cervix cameli, pars anterior pardi est; pedes longiores quam in pardo, color maculis distinctus». Il camelopardo, secondo Plinio il Vecchio, è uno strano ibrido maculato, metà cammello, metà leopardo. Ne parla anche Isidoro di Siviglia nella sua “Ethymologiae”: «Camelopardus dictus, quod dum sit ut pardus albis maculis superaspersus, collo equo similis, pedibus bubulis, capite tamen camelo est similis. Hunc Aethiopia gignit».
L’avvistamento a Firenze della strana bestia, l’11 novembre 1487, è testimoniato da diversi cronisti. Per esempio, nelle “Ricordanze di Bartolomeo Masi calderaio fiorentino dal 1478 al 1526” (Sansoni, 1906) si legge: «In questo tempo venne a Firenze uno ambasciatore del Soldano di Babilonia. E mandògli a donare più animali vivi, de’ più begli e de’ più maravigliosi che mai si vedessino in queste parti fra’ quali v’era uno animale che si chiamava giraffa, che aveva la testa sua come una vitella, sanza corna, e aveva el pelo rossigno, e aveva le gambe dinanzi alte circa di tre braccia, e quelle di drieto circa a dua, e aveva la coda sua come una vitella, el collo lungo circa di quattro braccia; e mangiava d’ogni cosa, ed era agievole quanto uno agniello».
Dunque, ecco svelato il mistero: il camelopardo, la bestia metà cammello metà leopardo è in realtà una giraffa. Ce lo conferma Tribaldo di Amerigo de’ Rossi nei suoi ricordi: «La giraffa era sette braccia alta, el pie’ come ‘l bue, piacevole animale; per la terra era menata a mano da uno di que’ turcimanni».
Ciò che, evidentemente, colpisce di più della giraffa è il lungo collo, che il calderaio Bartolomeo Masi dice esser lungo «circa di quattro braccia». In effetti, in una giraffa adulta il collo raggiunge mediamente la lunghezza di due metri, più o meno corrispondenti a quattro braccia (il braccio fiorentino era pari a poco più di 58 centimetri). Proprio partendo dal collo della giraffa il naturalista francese Jean-Baptiste de Lamarck cercherà di spiegare la teoria dell’eredità dei caratteri acquisiti: in un primo momento, dice Lamarck, ci sono solo giraffe con il collo corto, poi, a furia di tenderlo per raggiungere le foglie più alte, trasmettono alla generazione successiva un collo più lungo. Dopodiché, grazie all’accumulo dei vari adattamenti all’ambiente, viene fuori una nuova specie di giraffa, quella con il collo «circa di quattro braccia». Anche Charles Darwin prende a modello la giraffa, ma lo fa per spiegare la propria teoria della selezione naturale. Secondo Darwin, l’allungamento del collo delle giraffe non avviene perché gli animali si “sforzano” di raggiungere i rami più alti. Infatti, fra gli antenati delle giraffe, sono esistiti esemplari dal collo più o meno lungo. I primi, in tempi di carestia, hanno avuto un vantaggio competitivo, sopravvivendo meglio e riproducendosi di più. Un po’ come accade nel confronto fra Europa cristiana e Impero ottomano. L’Impero ottomano, se così si può dire, ha il collo più lungo.
Ovviamente nessuno, nella Firenze di fine Quattrocento, si pone questo tipo di problema. La vista della giraffa è di per sé motivo sufficiente di stupore e meraviglia. Le “Croniche di Giovanni di Iacopo e di Lionardo di Lorenzo Morelli” sono l’ennesima testimonianza dell’interesse suscitato dall’animale: «A’ dì 11 di Novembre 1487 venne uno Imbasciadore del Soldano di Babilonia alla Signoria di Firenze: recò doni a detta Signoria, e in ispezieltà a Lorenzo di Piero di Cosimo dei Medici, un lione, una giraffa, e altri animali e altre cose. Stettevi detto Imbasciadore fino a Luglio 1488 a spese del Comune: alloggiò in casa Bardo di Bartolo Corsi. El nome dello Imbasciadore era Malfetto». Malfetto, evidentemente, è la volgarizzazione di Ibn-Mahfuz.
Lorenzo il Magnifico fa sistemare gli animali in via della Scala. Fra l’altro, siccome la giraffa è un animale esotico, abituato a temperature miti, viene tenuta al caldo. Bartolomeo Masi ci svela come: «Lorenzo de’ Medici la faceva tenere nelle stalle del Papa della Via della Scala, e la vernata l’era fatto intorno un gran monte di letame, e stava in quel mezzo, perché temeva il freddo assai, e del fuoco intorno bene spesso».
In città non si parla d’altro, anche perché la giraffa viene portata in corteo e mostrata ai personaggi più in vista, perfino a religiosi in clausura. Attraversando i mercati, non perde occasione per infilare la testa nei cesti di verdura dei contadini. «Mangiava d’ogni cosa» scrive ancora Tribaldo di Amerigo de’ Rossi, «nelle ceste d’ogni forese (contadino) metteva il capo quando poteva; ad un fanciullo avrebbe tolto una mela di mano; tanto era piacevole ogni fanciullo le dava delle cose».
Però la giraffa, a dispetto di tutti gli sforzi profusi, non riesce a superare l’inverno, muore il 2 gennaio del 1488. E non per il freddo. Sempre Bartolomeo Masi: «morìel sopradetto animale in ispazio di poco tempo perché alzando il capo percosse in uno cardinale d’uno uscio e di quello si morì».
Cioè, in un certo senso, ciò che ha permesso alle giraffe di sopravvivere e prosperare nell’ambiente africano, determinando addirittura i caratteri evolutivi della specie, è esattamente quel che negli stretti spazi della Firenze rinascimentale, rappresenta un evidente svantaggio competitivo. Una riflessione che Lorenzo il Magnifico non avrebbe potuto sviluppare, essendo l’evoluzionismo ancora di là da venire. D’altra parte, la storia della giraffa sembra esemplificare al meglio la sua lungimiranza politica: se non è possibile affrontare di petto il nemico, perché c’è il rischio di fracassarsi la testa, conviene ripiegare sulla diplomazia, sui saluti a capo chino e sulle genuflessioni cerimoniali.
Al di là del suo valore simbolico, la morte della giraffa fu accolta con grande tristezza dai fiorentini. A conferma di ciò il Masi conclude: «A ongniuno n’encrescieva perché era sì bello animale».
