La balena malinconica

Tra fine Quattrocento e inizio Cinquecento Norimberga si impone come centro mercantile e artigianale nonché fulcro della cultura rinascimentale tedesca. È anche la città dei meccanismi perfetti, dei congegni e degli apparecchi di precisione: orologi, serrature, stadere, regoli, strumenti astrologici e nautici. Si disegnano mappe, si stampano piante geografiche e mappe topografiche. Grazie ad esse i più intraprendenti si mettono in viaggio e percorrono le strade d’Europa. Consultando tavole nautiche e portolani un numero crescente di vascelli, galeoni e caracche solca acque sconosciute e minacciose.

Sconosciute e minacciose sono, di certo, le acque descritte nella “Carta Marina” di Olao Magno, pubblicata nel 1539. Tra i flutti si nascondono narvali, balene, orche, mostri ed esseri leggendari. Anche la “Cosmographia Universalis di Sebastian Münster, del 1554, attinge alle creature marine di Olao Magno, tanto da assieparle, come monstra marina & terrestria, in un’unica tavola.

Le creature immaginarie presenti sulle mappe rinascimentali sono, nella maggior parte dei casi, mostri marini: il Leviatano della tradizione biblica o il Ketos della mitologia greca. Delfini e narvali cavalcano le onde accanto a serpenti marini, draghi alati, uccelli con spine sul dorso, pesci dotati di zampe. Non è difficile immaginare i marinai del Cinquecento che, alla vista del soffio di una balena, si convincono di aver incontrato un mostro marino, un Ketos appunto (da cui la parola cetaceo). La certezza che si tratti di una creatura demoniaca arriva quando una balena spiaggiata, magari in decomposizione, viene ritrovata dagli abitanti di un villaggio costiero. Evento eccezionale, foriero di sventure, che è difficile ignorare.

Non lo ignorano gli abitanti della Zelanda, dove, sul finire del 1520, una balena enorme, lunga più di cento braccia, giace sulla riva, priva di vita.

Per lungo tempo le cause degli spiaggiamenti sono rimaste un mistero. Ancor oggi non è facile stabilirne con certezza le ragioni. Interferenze nei campi geomagnetici della crosta terrestre, alterazioni ai magneto-recettori delle balene, inquinamento e riscaldamento anomalo delle acque, utilizzo di sonar nel corso di esercitazioni militari: le teorie sono numerose e tutte, probabilmente, plausibili. Il risultato, comunque, è sempre lo stesso: i cetacei, disorientati, nuotano verso acque poco profonde fino allo spiaggiamento e, spesso, alla morte.

Nel 1520, a Norimberga, vive l’artista più famoso della Germania: Albrecht Dürer. Ha ormai cinquant’anni e non se la passa benissimo. L’anno prima è morto il suo protettore, ossia l’imperatore del Sacro Romano Impero Massimiliano I d’Asburgo. L’artista si sente orfano, incerto sul futuro, vulnerabile. È ormai nell’autunno della vita, come si dice, e l’influenza di Saturno è sempre più opprimente. Sente i fluidi corporei in grande squilibrio: la bile nera domina su sangue, flegma e bile gialla. La melancolia lo tiene prigioniero, com’è evidente a chiunque si soffermi a riflettere sulla sua eccessiva magrezza o sui vuoti di memoria che lo affliggono. D’altra parte, sono trascorsi pochissimi anni da quando ha realizzato una delle incisioni più celebri, il cui titolo è contenuto in un cartiglio retto da un pipistrello in volo su acque scure: “Melancolia”.

Non tutti considerano negativamente la melancolia. Filippo Melantone, stretto collaboratore di Martin Lutero, pensa che esista un genere nobile di melancolia, tipico dei geni, dei leader o degli artisti: «prima è quella eroica di Scipione, Augusto, Pomponio Attico – o Dürer – generosissima e superiore in tutte le virtù che riguardano la forza d’animo e il genio».

Pensiero che, almeno all’apparenza, viene contraddetto da una notazione di Dürer dell’inizio del 1520, rivolta a Giorgio Spalatino, in cui scrive: «E se Dio mi aiuta, se mai incontrerò il dottor Martin Lutero, intendo trarne il ritratto dall’originale e inciderlo su rame, come duraturo ricordo dell’uomo cristiano che mi ha aiutato in mezzo a tante difficoltà».

Le tante difficoltà sono quelle annunciate da Saturno e che si traducono, sul piano materiale, nella morte del suo protettore e sul piano spirituale, in quell’umor nero che mai lo abbandona e con cui decide di mettersi in viaggio per incontrare l’erede di Massimiliano I, il diciannovenne Carlo V. Vuole raggiungerlo e strappargli la promessa di una rinnovata protezione. Perciò si mette in viaggio con la moglie Agnès Frey, sposata un quarto di secolo prima, vero amministratore della bottega Dürer e delle finanze di famiglia.

Il loro è un matrimonio di convenienza, essendo lei figlia di una buona famiglia borghese, in grado di assicurarle una dote di duecento fiorini. Ma è anche un matrimonio senza figli e, probabilmente, senza amore. Nelle lettere di Dürer all’amico Willibald Pirckheimer, Agnès diventa bersaglio di osservazioni volgari e poco lusinghiere. L’artista la chiama “vecchia cornacchia” e l’amico non fa mistero della sua antipatia verso quella che considera e donna gelida, venale e senza cuore.

La coppia fa tappa a Bamberga, Würzburg, Francoforte, Magonza, Colonia, Anversa, Bruxelles e Aquisgrana, dove assiste, nell’ottobre del 1520, all’incoronazione di Carlo V.

Nel suo diario Dürer annota con precisione i doni offerti, durante il viaggio, ai dignitari, le spese sostenute, i funzionari imperiali incontrati. E si capisce chiaramente che, fra le varie, la tappa ad Anversa è quella più gradita: non solo perché la città è lo snodo commerciale più importante del Nord Europa e uno dei principali centri artistici (in cui fare ottimi affari), ma anche perché qui, ospite del borgomastro, viene finalmente accolto come una star internazionale, con tanto di banchetti e ricevimenti d’onore. Tributi e attenzioni che, probabilmente, sente di meritare e che Norimberga, la sua città natale, gli ha sempre negato.

Il diario annovera, con accuratezza enciclopedica, tutte le curiosità in cui si imbatte: animali esotici, fenomeni naturali, meraviglie antiche e moderne, reliquie sacre e profane. Anche le presunte ossa di un gigante, conservate dai magistrati cittadini. Scrive Dürer meravigliato: “Ho visto ad Anversa le ossa del grande gigante. La sua gamba, sopra il ginocchio, è lunga cinque piedi e mezzo ed è di un peso smisurato; così pure le scapole, poiché una sola è più larga della schiena di un uomo forte; e allo stesso modo tutte le altre membra. Quest’uomo era alto diciotto piedi e regnò su Anversa, e compì grandi meraviglie, come è scritto in un antico libro che appartiene ai magistrati della città”. Stando alla versione di quei magistrati, le ossa appartengono al gigante Druon Antigoon, ucciso da un soldato romano, Silvio Brabone, che poi taglia una mano (ant) dell’avversario e la getta (werpen) in mare. Il nome Antwerp, Anversa, deriverebbe proprio da questo episodio.

Dürer non mette in dubbio la leggenda del gigante. Annota ciò che vede, o ciò che gli viene detto, ma non lo mette in discussione. E non prova a dare una spiegazione razionale all’origine di quelle ossa, che ad esempio benissimo potrebbero appartenere a una balena.

Nell’estate del 1521, Dürer scrive di essere venuto a conoscenza di una notizia eccezionale: una grande balena si è arenata sulle coste olandesi. È la stessa enorme balena, lunga più di cento braccia, ritrovata dagli abitanti della Zelanda.

Vuole vederla con i propri occhi e, magari, disegnarla: “Udii dire che una grande balena era stata gettata a riva in Zelanda; perciò mi misi in viaggio per vederla”.

È probabile che l’attrazione di Dürer per gli animali esotici risalga alla lettura del De animalibus di Alberto Magno, scritto nel 1250 ma pubblicato nel 1478, quando l’artista ha sette anni. È il primo libro a descrivere l’aspetto e il comportamento delle balene. Nel Cinquecento l’arrivo di una balena è facilmente interpretato come un presagio. Non un buon presagio. Le sue grandi fauci vengono associate alla bocca spalancata dell’inferno. Ma la curiosità di Dürer, irreparabilmente attratto da oggetti meravigliosi che rimandano a monti lontani e misteriosi, ha la meglio anche sui cattivi presagi. La maggior parte dei suoi contemporanei non ha mai visto una belane né mai la vedrà. L’animale più grande del mondo, citato nella Bibbia e raffigurato sulle carte marine, è praticamente invisibile. Prima del viaggio Durer è depresso, non ha ispirazione, non sa esattamente cosa fare. Poi, a cinquant’anni, decide di inseguire una chimera, un paradosso. Ma questa decisione gli sarà fatale.

Torna dal viaggio nelle Fiandre segnato: proprio in Zelanda contrae la malaria. La salute peggiora di giorno in giorno. E non è l’unico problema: le spese per il medico e le medicine lo assillano, la moglie Agnese lo tormenta chiedendogli di lavorare, produrre, guadagnare.

Non ha neppure la consolazione di aver visto la balena. Quella spiaggiata a Zierikzee viene dispersa dalla marea prima del suo arrivo.

Nei suoi commentari sulla Genesi Martin Lutero scrive: “Chi voglia contemplare più profondamente questo aspetto della creazione legga Giobbe, capitolo 41. Lì vedrà chiaramente in quale lingua elevata lo Spirito Santo, tramite l’autore poetico di quel libro, loda quel meraviglioso mostro, il Leviatano, la cui forza e sicurezza sono tali da disprezzare persino la potenza delle frecce. Tali descrizioni aprono i nostri occhi e incoraggiano la nostra fede, perché ci aiutano a credere più facilmente e fermamente che Dio è anche in grado di preservare noi, che siamo infinitamente più piccoli per grandezza e forza.”

Dürer muore il 6 aprile 1528. Senza aver mai visto una balena e senza aver mai incontrato il dottor Martin Lutero, l’uomo cristiano che l’aveva aiutato in mezzo a tante difficoltà.

Mauro Orletti

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