Nel 1991, da un deposito della Free Library di Filadelfia riemerge una teca in vetro. L’etichetta alla base proclama pomposamente: «L’uccello più famoso del mondo». Essendo l’uccello più famoso del mondo, viene prelevato dalla teca con estrema cura e spedito all’Accademia di scienze naturali della Drexel University. Dopo un attento restauro, nel 1993, torna alla biblioteca e trova degna collocazione al terzo piano, nella sezione dei libri rari. Fra questi, prime edizioni e manoscritti di Charles Dickens ed Edgar Allan Poe. Ma perché l’uccello più famoso del mondo convive con libri rari di romanzieri e poeti anziché con altre celebrità del mondo animale?
Esattamente 100 anni prima del ritrovamento della teca, un pittore francese è in procinto di imbarcarsi per Tahiti. Al Café Voltaire di Parigi, sotto l’alto patrocinio di Stephane Mallarmé, viene organizzato un banchetto d’addio. Per l’occasione viene declamata una poesia di Edgar Allan Poe: “Il Corvo” (“The Raven”), fra l’altro tradotta in francese proprio da Mallarmé. I versi raccontano di un uomo, tormentato dalla perdita della donna amata, che riceve la visita notturna di un misterioso corvo. L’uccello, in modo quasi ossessivo, ripete la parola: «Nevermore», mai più.
But the raven, sitting lonely on the placid bust, spoke only
That one word, as if his soul in that one word he did outpour.
Nothing farther then he uttered – not a feather then he fluttered –
Till I scarcely more than muttered, “Other friends have flown before –
On the morrow he will leave me, as my hopes have flown before.”
Quoth the raven, “Nevermore.”
Sei anni dopo, nel 1897, Gauguin dipinge uno dei suoi quadri più belli. In primo piano compare la “compagna” tahitiana: è nuda, distesa su un letto. Sulla porta indugiano due donne, ma è difficile dire se si tratti di presenze amichevoli, passanti sconosciute o figure minacciose. La loro postura e lo sguardo di traverso della giovane amante rendono l’atmosfera tesa e inquietante. In questo enigmatico universo pittorico Gauguin inserisce un corvo. È appollaiato sulla finestra. Di fianco a lui, appena sopra la firma, campeggia la scritta «NEVERMORE».
In una lettera risalente allo stesso anno del dipinto, Gauguin confessa all’amico Daniel de Monfreid: «Nevermore evoca il corvo del poema di Edgar Poe, ma qui, sulla finestra, è l’uccello del diavolo che sta di vedetta» (Nevermore évoque le corbeau du poème d’Edgar Poe, mais ici, sur la fenêtre, c’est l’oiseau du diable qui est aux aguets). Ciò che colpisce non è il tentativo di rivendicare l’autonomia del corvo tahitiano rispetto a quello di Poe. Ciò che colpisce è la bizzarra coincidenza generata dalla lingua. Il diable francese corrisponde al devil inglese e in inglese la parola devil ha per sinonimo il termine dickens. Ed ecco la coincidenza: ad ispirare “Il corvo” della poesia di Edgar Allan Poe è stato il corvo del romanzo “Barnaby Rudge” di Charles Dickens.
Uno dei personaggi del romanzo, infatti, è un corvo parlante, di nome Grip, amico inseparabile di Barnaby. Grip è tanto imprevedibile e intelligente quanto Barnaby è tardo di mente. In ogni caso, a dispetto della sua patologica ingenuità, avrebbe molto da insegnare alle persone dotate di senno. Dice infatti: «Ah, ah! Be’, quanto è meglio essere imbecilli, che savi come voi! Voi non vedete il mondo delle ombre, come quello che vive nel sonno, no, no. E nemmeno occhi nelle lastre di vetro nodose, né veloci fantasmi quando soffia il vento, né udite voci nell’aria, né vedete uomini camminare nel cielo… No! Io conduco una vita più felice della vostra, malgrado tutta la vostra intelligenza.»
Il corvo Grip appartiene al mondo delle ombre, quello che i savi non riescono a vedere. «Sono un diavolo, sono un diavolo, sono un diavolo!» ripete a un certo punto. In effetti possiede abilità fuori dall’ordinario. Morde le caviglie dei vagabondi, uccide le galline, ruba il pasto dei cani e, soprattutto, è in grado di parlare.
Contrariamente a quanto sarebbe logico pensare, Grip non è un personaggio di fantasia. Nei primi mesi del 1840, quando la composizione di “Barnaby Rudge” è ancora all’inizio, Dickens acquista un corvo domestico e lo chiama Grip. Nemmeno un anno dopo scrive a George Cattermole, illustratore del romanzo: «Essendo Barnaby un idiota, la mia idea è di averlo sempre in compagnia di un corvo domestico che è incommensurabilmente più sapiente di lui. A tal fine ho studiato il mio uccello e penso che potrei farne un personaggio molto bizzarro». Dunque, l’uccello acquistato da Dickens si è meritato un posto all’interno del romanzo. In effetti Grip, quello autentico, si dimostra anche lui un vero portento: architetta scherzi, nasconde monete e pezzi di formaggio in giardino, gioca con i bambini. Il terranova della famiglia ne è terrorizzato, anche perché il corvo è solito rubargli il cibo da sotto il muso. Grip sa anche parlare: le sue frasi preferite, che ritroveremo in “Barnaby Rudge”, sono «Polly, put the kettle on, we’ll all have tea» e «Halloa old girl» (Ciao vecchia ragazza). Se vogliamo dar retta a Dickens, quando muore, nel marzo del 1841, le ultime parole dell’uccello sono, appunto: «Ciao vecchia ragazza». Comunque, poiché la stesura del libro deve andare avanti, viene subito acquistato un nuovo corvo, Grip II. Purtroppo, l’uccello si rivela molto deludente. In una lettera alla giornalista e scrittrice Anna Maria Hall lo descrive «d’intelligenza appena superiore a quella di un pollo». Di conseguenza arriva a casa Dickens un altro corvo: Grip III. E questa volta la scelta è azzeccata. Scrive ancora alla Hall: «Ne ho un altro, la cui infanzia e la prima giovinezza sono state trascorse in una birreria di un villaggio nello Yorkshire, che è una meraviglia, un modello. Potrei raccontarti cose di lui, che ti farebbero rizzare i capelli. Nulla lo delizia tanto quanto un ubriaco: ama vedere la natura umana in uno stato di degradazione e vedere affermata la superiorità dei corvi. In quel momento è pauroso nel suo umorismo mefistofelico». Usa termini entusiastici anche in una lettera all’amica Angela Burdett Coutts: «Alcuni amici nello Yorkshire mi hanno mandato un corvo rispetto al quale quello morto sprofonda nell’insignificanza».
I tre Grip di Dickens sono tutti corvi imperiali. A differenza dei corvi comuni – che sono socievoli, vivono in stormi, hanno comportamenti sociali, giocano fra loro e non disdegnano di unirsi a storni, taccole e cornacchie – i corvi imperiali conducono vite solitarie. Sono anche gli uccelli con il cervello più grande in proporzione al corpo e, in effetti, la loro intelligenza è proverbiale. Sono capaci di risolvere problemi di una certa complessità, utilizzano strumenti, sanno riconoscersi allo specchio e, probabilmente, possono gestire concetti astratti come l’identità. In termini cognitivi le loro capacità eguaglierebbero quelle di un bambino di 7 anni. Lo studio condotto da Ströckens, Neves, Kirchem, Schwab, Herculano-Houzel & Güntürkün nel 2022, intitolato High associative neuron numbers could drive cognitive performance in corvid species e pubblicato sul “Journal of Comparative Neurology” ipotizza che le capacità del corvo siano riconducibili agli interneuroni, cellule nervose alla base di una cognizione flessibile e complessa. E, in effetti, l’analisi condotta dimostra che nei corvi il numero complessivo di interneuroni è molto più alto di quello presente in polli, piccioni, e struzzi.
In “Barnaby Rudge” Grip è un corvo imperiale, intelligentissimo, dotato di un numero di interneuroni eccezionale (anche per gli standard di un corvo), che vive senza uno stormo e senza una compagna, Barnaby è un povero diavolo, mezzo scemo, che vien sopraffatto dal richiamo del branco. La vicenda di entrambi si svolge a Londra durante i Gordon Riots, le violente rivolte antipapiste del 1780. Dickens fa in modo che la folla abbia un ruolo di primo piano: la rende minacciosa, imprevedibile, facile alla violenza. Con aggressioni, soprusi, furti e incendi, la folla trasforma la città in un incubo. Scrive Dickens: «Una folla ha abitualmente un’esistenza molto misteriosa, in particolare in una grande città. Da dove venga e dove vada, pochi possono dirlo. Riunendosi e sciogliendosi con eguale rapidità, è così difficile da seguire nelle sue varie sorgenti come il mare stesso».
La descrizione della folla evoca, oltre ai movimenti del mare, quelli di uno stormo. Ma Dickens stacca Grip e Barnaby dalla folla/stormo, li isola e, così facendo, gli dona una personalità, li rende vivi.
Nel 1841 “Barnaby Rudge” viene pubblicato a puntate.Dopo aver letto i primi capitoli, Edgar Allan Poe recensisce il romanzo e ne approfitta per anticipare quello che, a suo avviso, sarà il finale. Quando poi completa la lettura, visto che non tutto corrisponde alla sua previsione, definisce il libro un giallo fallito e condanna il finale: «estremamente debole e inefficace». Quanto a Grip, annota: «Anche il corvo, per quanto intensamente divertente, avrebbe potuto essere reso, più di quanto non lo vediamo, una parte della concezione del fantastico Barnaby. Il suo gracidio avrebbe potuto essere profeticamente udito nel corso del dramma. Il suo personaggio avrebbe potuto svolgere, rispetto a quello dell’idiota, più o meno la stessa parte che, in musica, svolge l’accompagnamento rispetto all’aria. Ognuno avrebbe potuto essere distinto. Ognuno avrebbe potuto differire notevolmente dall’altro. Eppure tra loro avrebbe potuto crearsi una somiglianza analogica, e sebbene ognuno potesse esistere separatamente, avrebbero potuto formare insieme un tutto che sarebbe stato imperfetto in assenza di entrambi».
Poe e Dickens si conoscono qualche tempo dopo allo United States Hotel, nel centro di Filadelfia. Dickens, già famoso, è in tournée per un ciclo di conferenze e Poe ne approfitta per chiedergli un incontro. Sembra che in quell’occasione Poe abbia chiesto allo scrittore inglese di aiutarlo a trovare un editore a Londra. Nel successivo scambio di lettere, però, Dickens è costretto a spiegare a Poe che nessun editore londinese vuole pubblicarlo. Viene il sospetto che la rabbia provocata da quel rifiuto abbia indotto il poeta a servirsi di Grip per creare un proprio corvo, meno “intensamente divertente” ma di certo più “profetico”. «Ero così giunto alla concezione di un Corvo, l’uccello di malaugurio che va reiterando con monotonia l’unica parola mai più…».
Per quanto Poe non voglia ammetterlo, le somiglianze con Grip sono però evidenti. Per fare un esempio: in “Barnaby Rudge” il corvo fa un rumore e qualcuno chiede: «Cos’era quello? Lui che bussava alla porta?» (What was that — him tapping at the door?). La risposta: «È qualcuno che bussa dolcemente alla persiana» (Tis someone knocking softly at the shutter). Nella poesia di Poe troviamo questi versi: «Mentre annuivo, quasi appisolandomi, improvvisamente si è sentito un bussare, come di qualcuno che bussa dolcemente, bussa alla porta della mia camera» (While I nodded, nearly napping, suddenly there came a tapping, As of someone gently rapping, rapping at my chamber door).
“Il Corvo” viene pubblicato sul New York Evening Mirror nel 1845 ed è un notevole successo. Ma la condizione finanziaria di Poe non cambia (la poesia, è noto, gli viene pagata 15 dollari). Il 28 settembre 1849 arriva in treno a Baltimora. Il 3 ottobre viene ritrovato delirante per le strade della città. Avrebbe dovuto ripartire per Filadelfia ma, portato in ospedale, muore quattro giorni dopo, il 7 ottobre.
A Filadelfia, al terzo piano della Free Library, nella sezione dei libri rari, è esposta una teca di vetro. La teca, pulita e restaurata, contiene «L’uccello più famoso del mondo». E adesso sappiamo che si tratta di un corvo imperiale. Un corvo di nome Grip. Lo stesso Grip appartenuto a Charles Dickens, quello che ha ispirato il corvo di Edgar Allan Poe, quello che campeggia nel simbolo dei Baltimore Ravens, la squadra di football di Baltimora.
