Le ultime volontà dell’elefante del papa

In un pomeriggio del 1962 alcuni operai che lavorano alla manutenzione delle caldaie del Vaticano si imbattono in un dente enorme e in alcuni frammenti di ossa. Appartengono chiaramente alla mascella di un animale. Ma a quale animale e, soprattutto, cosa ci fanno in vaticano? La risposta alla prima domanda arriva dai paleontologi della Smithsonian Institution: l’animale è un giovane esemplare di elefante indiano, più precisamente Elephas maximus maximus, una sottospecie dell’elefante asiatico originaria dell’isola di Ceylon (oggi Sri Lanka).

All’epoca della scoperta, l’elefante dello Sri Lanka è già a rischio di estinzione. Si stima ne vivano poco più di cinquemila esemplari. Nell’Ottocento erano almeno ventimila ma lo sfruttamento e l’uccisione di questi grandi mammiferi risalgono a molto tempo prima. Già nei giorni degli antichi re singalesi il loro addomesticamento è una pratica diffusa: la loro forza può essere efficacemente sfruttata per i lavori pesanti e per la guerra. La strage prosegue senza sosta nel corso dei secoli ma il salto di livello coincide con il dominio coloniale portoghese.

Ed ecco la risposta alla domanda su come siano finiti in Vaticano i resti di un elefante: fanno parte di una “missione di obbedienza” portoghese inviata a Roma agli inizi del Cinquecento. Ma andiamo con ordine.

Nel 1977, durante un ricevimento dell’Accademia americana a Roma, uno studioso della Smithsonian Institution (la medesima organizzazione che ha analizzato i frammenti e stabilito la loro appartenenza a un elefante) capta casualmente la conversazione fra due prelati: parlano di un celebre pachiderma di cui si conservano tracce – a Roma e nel Vaticano – in schizzi, dipinti, fontane e intarsi. A quel punto lo studioso vuol saperne di più e interviene nella discussione. Ma, a parte la questione del ritrovamento e poche altre informazioni, non riesce a soddisfare la sua curiosità. Dopo anni di appassionate ricerche arriva, finalmente, alla soluzione dell’enigma e ne offre un dettagliato resoconto nel libro “L’elefante del papa”.

L’animale, a cui appartengono i resti ritrovati nel 1962 in Vaticano, è un regalo del re del Portogallo Dom Manuel I d’Aviz a Giovanni de’ Medici, figlio di Lorenzo de’ Medici e da poco eletto al soglio pontificio col nome di Leone X. I Medici sono una famiglia che, nonostante alterne fortune, rimane fra le più potenti dell’epoca perciò l’investitura di Giovanni viene celebrata con una cerimonia memorabile per sfarzo e solennità.

«Fu uomo di somma liberalitá; se però si conviene questo nome a quello spendere eccessivo che passa ogni misura» dice di lui Francesco Guicciardini. «Il medesimo fu deditissimo alla musica alle facezie e a’ buffoni; ne’ quali sollazzi teneva il piú del tempo immerso l’animo, che altrimenti sarebbe stato volto a fini e faccende grandi, delle quali aveva lo intelletto capacissimo».

La descrizione non sorprende. Sebbene Leone X sia cresciuto alla corte medicea e i suoi maestri siano stati Angelo Poliziano, Marsilio Ficino e Bernardo Bibbiena, l’amore per i piaceri e il divertimento supera di gran lunga quello per il lavoro, l’arte e lo studio. Spende cifre da capogiro, tanto da mandare quasi in bancarotta il Vaticano. Ha un serraglio personale del quale fanno parte orsi, tigri, leoni, leopardi e scimmie. Ma non un elefante.

È così che al re del Portogallo, particolarmente interessato a far sì che il nuovo papa appoggi le sue imprese commerciali in Oriente, viene l’idea di far recapitare in Vaticano gioielli, gemme, ceramiche, tessuti, uccelli esotici, felini e, da ultimo, un pachiderma. E non uno qualsiasi: un elefante albino di Ceylon.

La stravagante “missione di obbedienza” parte da Lisbona e, passando per Alicante, Ibiza e Palma di Maiorca, arriva a Porto Ercole a inizio marzo 1514. Da lì un’impegnativa marcia fino a Roma. Gli elefanti di Ceylon sono abituati a lunghi spostamenti: ogni matriarca guida il suo branco durante le migrazioni, che però avvengono sul soffice terreno delle pianure umide o delle foreste pluviali. Il lastricato dell’antica via Aurelia, perciò, si rivela una tortura per le morbide zampe del pachiderma, costretto a frequenti soste. Ma anche in questi momenti la bestia non può godersi un minimo di tranquillità: folle chiassose di contadini, artigiani, frati e curiosi lo circondano e infastidiscono oltre ogni misura.

Ancora al giorno d’oggi il rapporto fra uomini ed elefanti dello Sri Lanka è complicato. Molti esemplari vengono catturati per scopi turistici, altri finiscono ammazzati dai contadini che cercano di proteggere canne da zucchero, angurie, zucche e riso dalle devastazioni provocate dalle migrazioni. E lo fanno nascondendo ordigni esplosivi tra frutta e ortaggi. Non è raro, lungo le strade dell’isola, imbattersi nei resti sanguinolenti di qualche elefante dilaniato dalle trappole dei contadini. Ma gli elefanti dello Sri Lanka hanno imparato a difendersi: nel solo 2023 centosettantasei persone sono rimaste uccise dall’assalto dei pachidermi. Anche l’elefante albino del re del Portogallo saprà vendicarsi, sebbene in modo non cruento.

Il suo ingresso a Roma avviene in modo trionfale il 20 marzo 1514, attraverso Porta del Popolo. Per raggiungere ponte Sant’Angelo il corteo che lo accompagna sfila lungo via di Ripetta: ai lati il popolo festante, in testa, sontuosamente vestiti, i porporati, i prelati e i familiari del papa, subito dietro otto trombetti e quattro pifferi, quindi, su un bianco palafreno, il navigatore portoghese Tristão da Cunha, in un elegante abito nero di velluto e raso. L’elefante albino è scortato dal mahout indiano, da un energumeno dalla pelle scura in sella a un cavallo persiano e da staffieri e servi con vesti di velluto e copricapo scarlatti. Sfilano anche una pantera, ridicolmente avvolta da un tessuto broccato in federa di ermellino, scimmie e pappagalli. All’altezza di Castel Sant’Angelo il pachiderma si inginocchia tre volte, barrisce in segno di saluto e poi, immersa la proboscide in un recipiente, benedice la folla con grandi spruzzi d’acqua.

Leone X è in visibilio, apprezza a tal punto il regalo da dargli un nome, Annone, e da riservargli una confortevole stalla presso il cortile del Belvedere. Lo affida poi alla custodia dei suoi “preferiti”: il protonotario Giovanni Battista Branconio dell’Aquila e il pittore Raffaello Sanzio (che, a quanto pare, lo avrebbe anche immortalato in un dipinto oggi scomparso). Ma nonostante le cure riservate, dopo solo due anni di cattività, Annone viene ritrovato a terra ansimante. L’apprensione e il dispiacere del pontefice sono descritte, con un certo gusto, da Ulrico di Hutten: «Et quando fuit infirmum tunc papa fuit in magna tristitia et vocavit medicos plures et dixit eis: Si est possibile, sanate mihi elephas». Vengono immediatamente chiamati i migliori dottori e speziali che però, non sapendo che pesci pigliare, ordinano, vista la mole del malato, una massiccia purga realizzata con l’aggiunta di polvere d’oro. «Dederunt ei una purgationem, quae constat quinque centum aureos». Come prevedibile l’intruglio non ha alcun effetto, semmai accorcia ulteriormente la vita di Annone. Che, per somma disperazione del papa, muore l’8 giugno 1516: «sed tamen non potuerunt elephas facere merdare et sic est mortuum et papa dolet multum super elephas».

Poco tempo dopo iniziano a circolare in Vaticano delle pagine alquanto compromettenti. “Le ultime volontà e testamento di Annone, l’elefante” danno conto, in ventinove capitoli, del simbolico lascito della povera bestia. In molti puntano il dito contro il poeta Pietro Aretino ma, ad oggi, la mano – o forse sarebbe meglio dire la zampa – che ha redatto il documento satirico resta anonima: «considerando per la sua somma prudenza nessuna cosa essergli più certa che la morte, benché sia infermo nel corpo ma nulla meno che sano di mente, desiderando di disporre delle cose sue, questa sua ultima volontà ha imposto».

Nessuno viene risparmiato dalla vendetta postuma dell’animale, deciso a farsi giustizia per tutte le angherie subite nel corso della vita. A far le spese della sua caustica ironia, però, è solo la corte papale, a cominciare dai testimoni delle sue ultime volontà, i reverendissimi cardinali Adrien Gouffier de Boissy, vescovo di Costanza per disgrazia di Dio e protettore degli ubriachi ipocriti e ignoranti di tutta la Francia, Andrea Corner, bastardo veneziano, inetto, presuntuoso e sconsiderato arcivescovo di Spalato nonché Iacopo de Nini di Amelia, vescovo potentino, esperto in miseria, bugia, malignità e mordacità.

Seguono i lasciti: le ginocchia al cardinale Bernardino López de Carvajal affinché impari a genuflettersi e non esageri nel dare consigli; i nervi al cardinale Pietro Accolti, affinché impari a mantener la calma facendosi legare disteso almeno due volte alla settimana; il cuore al cardinale Sigismondo Gonzaga, affinché, una volta ridotto in cenere e ingerito, possa purgare la sua loquacità e l’intollerabile puzzo del suo fiato; le mascelle al cardinale Lorenzo Pucci, affinché divori i denari di tutta la repubblica di Cristo e consumi ogni chiesa e convento con l’introduzione di nuove gabelle; la proboscide al cardinale François Guillaume de Castelnau affinché l’utilizzi per placare col vino l’inestinguibile sete che lo accompagna nei suoi continui baccanali. Da ultimo, le parti più preziose: il membro al cardinale Achille Grassi, affinché abbia maggior successo nel mettere al mondo dei bastardi; e i testicoli, al cardinale Marco Vigerio della Rovere, affinché diventi più fertile e gagliardo nel procreare l’Anticristo.

Mauro Orletti

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