C’è questo medico, il dottor Solino, che non è proprio medico, è dottore medico soltanto nelle barzellette: dentro le barzellette. Non ha una buona reputazione in quanto tale, ma è piuttosto conosciuto, e anche senza parlare riesce subito a catturare l’attenzione; si resta ammirati al suo cospetto come quando si guarda a quegli attori dei primi film muti con la faccia di cera.
Quando qualcuno racconta una certa precisa barzelletta e arriva il momento di far dire la battuta finale proprio al dottore, ecco che il dottor Solino fa la sua apparizione, arrivando puntuale ovunque si debba arrivare. Si presenta oltretutto sempre nelle stesse vesti: una specie di luogo comune, un ricordo immutabile, e anche un po’ stereotipato a dire il vero, visto che appare con il girocollo di cachemire, il camice bianco, le iniziali sul bavero e lo stetoscopio infilato nelle orecchie.
Se all’inizio può dar l’impressione di essere scocciato, poi comunque il dottor Solino entra nel ruolo, recita la sua parte in maniera impeccabile, mai una volta che l’abbia saltata, solo trascurabili tentennamenti. La mimica è chirurgica, prende possesso dello spazio e degli attrezzi del mestiere: consulta una cartella clinica dove appone una firma illeggibile, ausculta con lo stetoscopio la superficie immateriale di una schiena, batte con l’unghia una siringa per far uscire l’aria.
Ecco che giunti al momento più azzeccato per la barzelletta, il dottore finge un’espressione di sbigottimento da manuale della mimica e da copione recita con voce altisonante la sua unica battuta; non sfugge insomma al suo destino perché in fondo tiene al quel ruolo di medico appartenente a una realtà sfuggente, in cui mai ha avuto il coraggio di prendere iniziativa prendendo una decisione alternativa, azzardando una variazione dello schema, sebbene nella sua testa voglia farlo eccome. Dopotutto in quei frangenti ripetuti intuisce che quella frase di appena poche parole in verità regge un’impalcatura più importante di quanto lui potrà mai arrivare a comprendere.
Nel mezzo di risa a volte reboanti altre volte meno ma sempre come fossero ovattate e per lui udibili soltanto in sottofondo, come se provenissero da un grosso televisore chiuso in un scatola dentro una stanza di un appartamento un paio di piani sopra la sua testa, puntualmente accade che va via di colpo l’elettricità, l’occhio di bue che lo illuminava al centro dello spazio nero si spegne, e il dottor Solino sparisce dal palcoscenico, proprio nel momento in cui avrebbe voluto prendersi il meritato applauso finale, e collassa nella realtà ordinaria dove si chiama Filippo, Filo per tutti, che con la professione medica non condivide molto, forse soltanto il camice, realtà nella quale fa il cameriere da una vita, al chilometro 11 di una statale piena di curve e incidenti mortali, in una trattoria a conduzione familiare piuttosto famosa per la salmonella inclusa nel coperto.
