Un atomo e l’universo

Si potrebbe definire “Sociopatici in cerca d’affetto” – esordio letterario di Michele Mellara – una raccolta di racconti, un romanzo, un saggio narrativo, un campionamento di diverse tipologie umane (Celati parlava di prosa saggistica), un tentativo di esaurimento della società odierna alla maniera del “Tentativo di esaurimento di un luogo parigino” di George Perec.

“Sociopatici in cerca d’affetto” è tutte queste cose assieme e la scrittura di Mellara riesce nel complicato esercizio di assecondare i diversi stili con cui viene condotta questa analisi antropologica contemporanea. Un’analisi tutt’altro che asettica. In questo libro, infatti, emerge una certa inclinazione per l’irregolarità, per il margine, che tuttavia non è semplice interesse per personaggi dalle vite fuori squadra.  

Mi sia consentita una parentesi: nel sentire corrente, votato alla causa della salubrità fisica e mentale, debolezza e vulnerabilità sono spesso percepite come difetti da correggere, tare da curare. Quel che suggerisce “Sociopatici in cerca d’affetto” è che debolezza e vulnerabilità non sono per forza cose negative, tare da curare. Paure, ansie, manie sono la reazione naturale alle difficoltà, un modo per auto-sabotarsi, certo, ma anche un modo naturale di sopravvivere. Raccontare paure, ansie e manie permette perciò di dare corpo e voce alle persone, un corpo reale e una voce autentica.

Ma, come dicevo, la passione per l’irregolarità di Mellara è anche altro e infatti il libro non si esaurisce in una raccolta di voci appartenenti alla schiera degli irregolari. Mi viene in mente “Dal Fondo. La poesia dei marginali”, bellissima antologia curata negli anni ‘70 da Carlo Bordini e Antonio Veneziani, rassegna di voci appartenenti a tossici, prostitute, carcerati, pazzi, militanti, femministe e operai.

Ma ecco, nel caso di “Sociopatici in cerca d’affetto” la letteratura stessa si fa marginale, non istituzionale. C’è un’ostinata vocazione a perdere (prendo nuovamente a prestito Celati). Se ci pensate il percorso a cui è costretto il lettore non è affatto lineare, è più simile a un labirinto. Per uscire dal labirinto la strada non è mai dritta, il percorso non è mai stabile, occorrono tentativi, errori, passi indietro. Ci vuol tempo, bisogna abbandonare ogni proposito di efficienza, essere nomadi, non istituzionali appunto. I racconti devono rinunciare ad avere confini certi. Mellara lo sa e gioca su questa vaghezza, scivola da un personaggio all’altro, slitta fra una storia e l’altra. E la lingua segue il movimento, si fa concitata, scattante. Il lettore sente il ritmo, il passo di chi corre dietro ai nevrastenici. Mellara si mette alle calcagna dei vari personaggi, li pedina, li osserva mentre si arrabattano negli affanni quotidiani. «Il tempo è maturo per buttare via i copioni e per pedinare gli uomini con la macchina da presa» diceva Zavattini. In un certo senso “Sociopatici in cerca d’affetto” è un altro modo per declinare la teoria del pedinamento: superare il classico intreccio narrativo, seguire da vicino la realtà, pedinare un sociopatico fin dentro la sua testa, fra le sue orecchie.

“Tra le orecchie” è il nome di una delle quattro parti in cui è diviso il libro. Le altre sono “Coloro che amano”, cioè coloro che si perdono dietro a un sentimento totalizzante ma non risolto. “Ritratti in bilico”, cioè ritratti di uomini e donne alle prese con vite troppo strette per contenere la loro personalità. “Paesaggi sghembi”, vale a dire istantanee di una realtà assai difficile da catturare. Infine “Tra le orecchie”, spazio occupato da un io monologante che straparla, riflette a voce alta, va a parare da nessuna parte. «C’è nessuno? Chi è che bussa adesso? Che due scatole! Mai che si possa stare in pace un momento. Chi è? Chi è, scusi? Come dice?».

Michele Mellara è un regista con un passato, non trascurabile, nel teatro. E in questo esordio letterario, in particolare nei monologhi ossessivo compulsivi dell’Io, affiora una grande attenzione per la performance d’attore. Vi si ritrova un gusto un po’ surreale di stampo beckettiano e forse, ma questa è una mia lettura, l’inquietante ironia di Harold Pinter. D’altronde, e poi finisco con i paralleli, come non pensare al Raffaello Baldini di “Zitti tutti!” o della “Fondazione”, al gusto perverso e travolgente del perdersi dietro alle parole, che sono poi la traduzione di altrettante piccole manie, insignificanti, microscopiche, talmente minime da essere nello stesso rapporto armonico che esiste fra un atomo e l’intero universo. Anita – protagonista di “L’archivista” (siamo nei “Ritratti in bilico”) – è convinta che gli esseri umani siano «atomi nel preciso istante dell’esplosione del Big Bang: sparati nello spazio profondo da una forza centrifuga irrefrenabile, ognuno per sé, distanti per effetto di calcoli fisico-matematici e non per filosofia». E proprio di armonia si potrebbe parlare a proposito della lingua usata da Mellara. La sua scrittura è elegante, attenta a non cadere nei tranelli delle frasi fatte, dotata della compostezza lessicale necessaria a gestire (attraverso la precisione chirurgica delle parole) la complessità del mondo.

E siccome anche il montaggio è, se non una lingua, certamente un linguaggio, impossibile non accorgersi dell’uso accurato che ne fa l’autore. Con quale esito? Qui vorrei tirar dentro al ragionamento un lavoro recente che Mellara ha fatto con Alessandro Rossi, al quale è legato da un duraturo sodalizio professionale. Il lavoro è “Arrivederci Berlinguer!”, un film di montaggio che rielabora il materiale de “L’addio a Enrico Berlinguer” realizzato da importanti registi italiani in occasione della sua morte (Bernardo e Giuseppe Bertolucci, Benigni, Lizzani, Magni, Montaldo, Pontecorvo). Ne viene fuori un’opera polifonica che – dando spazio ai volti e alle voci di una pluralità di individui, chiamati in causa dopo la morte del segretario – restituisce la grandezza e in generale l’essenza di un individuo, cioè appunto di Berlinguer.  

Il libro si avvale della stessa capacità di usare il montaggio. Ma, in questo caso, il percorso è un po’ diverso. Anziché procedere dalla collettività all’individualità si avanza dall’individualità alla collettività, cioè dall’io (strambo e complicato) del singolo, verso la collettività sociopatica: il politico incapace di condurre una campagna elettorale, il marito che non resiste al bisogno di leggere, il morto che si ostina a cercare un contatto con i vivi e via dicendo. Ossia – e torno a quello che dicevo all’inizio – si passa dall’individuo alla società, una società fortunatamente non omogenea, geniale e schizoide a un tempo, in cui la mania può essere ancora, grazie al cielo, una via di salvezza.

Mauro Orletti

[Michele Mellara, “Sociopatici in cerca d’affetto“, Bollati Boringhieri 2023]

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