Horror eVacui

Alla fine sono andato al cinema. A vedere il film con Germano e Scamarcio (Mio fratello è figlio unico, Daniele Luchetti, 2007). L’ho visto perché non fosse detto che ho “criticato un film senza prima, prima vederlo” (Mio fratello è figlio unico, Rino Gaetano, 1976). Che poi la canzone di Gaetano – come peraltro si legge dappertutto – non c’è proprio mai, nemmeno di sottofondo. Non come i Procol Harum accanto a Peppino Impastato (I cento passi, Marco Tullio Giordana, 2000) o i Pink Floyd a spasso con Aldo Moro (Buongiorno notte, Marco Bellocchio, 2003). Non c’è nelle orecchie, non nelle parole. Pare soltanto trasfigurata nella storia, in quella uguaglianza-disuguaglianza di classe, di rapporto fraterno, di relazione amorosa che è alla base del nostro vivere sociale. Quindi bene, perché chi ha scritto il film (Rulli, Petraglia e Luchetti) sa scrivere film e sa metterci dentro una parte importante della storia e della (falsa) contrapposizione fascisti/comunisti; quella di quei giovani che sono sempre stati usati come paravento per la contrapposizione vera, fra chi ha i mezzi – di produzione, non di consumo… la bicicletta, l’automobile, il lettore mp3… – e chi non li ha all’interno di questo modo di produzione. Contrapposizione imperniata prima e dopo del 1968; ma a farla intorno al 1977 avrebbe ancora avuto (per poco) senso. Si veda il Culicchia (Il paese delle meraviglie, 2004).
Quindi il Gaetano di Mio fratello è figlio unico c’è tutto. Ma solo perché “chi ha scritto il film (Rulli, Petraglia e Luchetti) sa scrivere film”. Altrimenti la sua resterebbe solo una citazione vuota. Era mai capitato? Beh, c’é stato il famigerato concertone-sangiovannesco-del-primo-maggio. Correva l’anno 2002 e, verso sera, diversi artisti omaggiarono il cantautore crotonese con alcuni brani: Berta filava, Gianna, Aida… fosse stata la festa delle pari opportunità, tutto bene. Ma il primo maggio… festa dei lavoratori… proprio non è venuto in mente a nessuno di cantare Mio fratello è figlio unico? Di certo non ai sindacati! Anche perché, come cantavano anni prima nella stessa piazza Elio e le Storie Tese (sulla musica della “Società dei magnaccioni”): so’ meglio Elio e le Storie Tese di CGIL CISL e UIL! Troppo facile: citare un autore e non spiegare nulla. Oppure citarlo male. E’ una citazione vuota.
Vuote come i film che non sono andato a vedere al cinema. Tipo quelli horror: avete mai fatto caso ai loro trailer? Tutti uguali! Inizio tranquillo, per poco; poi sottofondo musicale che fa salire la suspense; poi scene – tagliate – di violenza gratuita. E la voce. La voce fuori campo. Che dice frasi tipo: nulla sarà più come prima; non ne uscirete vivi; non c’è più scampo; quest’estate il male entrerà nella vostra vita… E, inevitabile, stacco finale sul volto atterrito e in lacrime di un personaggio che implora pietà. Ecco, in quel volto atterrito c’è tutta un’umanità che ha perso ogni strumento per poter reagire e – magari – prendere a schiaffoni anche il peggior serial killer. Un’umanità che è sempre più impaurita dalle paure più irrazionali. Perché invece di ricercare un contenuto, si aggrappa al vuoto della citazione vuota: il vuoto che ci fa veramente orrore.

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