Le due mani impegnate

– Io sono Ann, comunque. Sono di Minneapolis: sai dov’è? Sono qui perché lavoro nell’amministrazione della multinazionale qui fuori le mura. Prima di parlare della mia vita, delle mie sensazioni, mi piace dare e avere qualche coordinata.
Molto sfacciata! Ann adesso sorrideva più serena. Aveva tolto Narciso Moloch dall’impaccio dell’inizio conversazione e, in fondo, l’impaccio di lui la divertiva. Probabilmente l’aveva distolta dai suoi cattivi pensieri.
– Anche io lavoro in un’azienda qui fuori le mura.
Narciso Moloch non aveva altro di meglio da dire. Era stanco della vita, sì; affaticato dalla corsa, sì; e non dare a vedere che stava osservando il reggiseno sportivo di marca sotto la t-shirt attillata e sudata di Ann gli costava una fatica enorme.
In particolare non voleva specificare altro della sua vita lavorativa. Cominciava infatti a vergognarsi delle evoluzioni in corso. Dopo l’ultima trasferta, gli era stata data una promozione. Ciò comportava l’esistenza di un suo assistente personale, cosa che lo metteva quotidianamente in imbarazzo. L’assistente era stato obbligato dall’azienda a seguire Narciso Moloch ovunque. Sia in ufficio, sia in trasferta. Un giorno, mentre andavano all’aeroporto, questa specie di schiavetto si era perfino offerto di portargli la valigia. Narciso Moloch aveva chiaramente rifiutato e aveva anche spiegato al giovane – in tirocinio trimestrale non retribuito – che quella mansione assolutamente non rientrava tra ciò che si aspettava da lui. L’assistente aveva un po’ tergiversato, come si trovasse in difficoltà. Solo dopo la terza birra bevuta insieme in aeroporto, aveva confessato a Narciso Moloch:
– In realtà, me lo hanno chiesto in azienda.
– Cosa?
– Di essere… diciamo… il più servizievole possibile. Io ho chiesto cosa intendessero. E loro: “mah, per esempio, se il dottore sta andando in aeroporto e ha tutte e due le mani impegnate, si potrebbe offrire di portargli qualcosa. Non so, una valigia”. E io l’ho fatto.
Questa scena, di pochi giorni prima, era rinvenuta nel cervello di Narciso Moloch proprio mentre diceva: Anche io lavoro in un’azienda qui fuori le mura.
– Allora abbiamo qualcosa in comune! – disse Ann – e anche fare jogging!
– Eh sì.
– Quindi vuol dire che ci vedremo spesso qui, di mattina.
– Beh – l’incubo della sveglia perenne alle 6 lo fece smuovere – oppure ti posso lasciare il numero così mi avverti se sei in ritardo…
– Eh eh – Ann pareva ormai completamente lontana dai suoi cattivi pensieri – aspetta che lo segno qui.
Prese il suo lettore musicale moderno e costoso e vi appuntò il numero di Narciso Moloch.
– Appena arrivo a casa, ti mando un messaggio con il mio numero.
– Ok. Allora a presto.
– Ciao!
Per la prima volta nella sua vita, una conversazione del genere non terminò con il dubbio di Narciso Moloch che la ragazza non avrebbe mai e poi mai tenuto fede alla parola data, ma con una certa gioia nell’averla vista passare dagli occhi gonfi al sorriso pieno. E infatti, intorno alle 7:30, quando era appena uscito dalla doccia, l’sms di Ann con il suo numero di telefono gli arrivò.

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