Low cost

Narciso Moloch aprì gli occhi di colpo. Dopo pochi minuti persi a rivoltarsi nel letto, la sveglia suonò e fu il segnale che era tempo di tuffarsi nella vita frenetica del suo fare. Uscì a passo svelto dall’hotel che aveva pagato anticipatamente, rifiutò un caffè da macchinetta automatica che veniva offerto nella hall agli avventori più mattinieri (come a ricordar loro: siete degli sfigati!) e puntò dritto all’aeroporto. Camminare lungo il bordo di una superstrada grande come un’autostrada non lo faceva sentire sicuro ma non aveva alternative. In molti aeroporti d’Europa, soprattutto quelli ampliatisi grazie al boom delle compagnie aeree low cost, le infrastrutture erano drammaticamente l’ultimo tassello di un lungo e redditizio investimento pubblico. Redditizio solo per i privati, in ogni caso. Entrando nell’aeroporto, si trovò di fronte il complemento a uno del boom delle low cost: una marea di gente, fra le cinque e le sei del mattino, e tutta con un livello d’istruzione o di educazione particolarmente basso. Aggravato dal fatto di essere fra le cinque e le sei del mattino. Narciso Moloch pensò a quanto questa rudezza derivasse direttamente dal fenomeno low cost: ignoranza! Dal ragazzino che pretende di passare il controllo di sicurezza borchiato come un metallaro primi anni ’80 – quindi molto prima della sua data di nascita – alla famiglia con otto bagagli a mano in due, che andava dritta verso il solito litigio sull’eccesso di valige. (Almeno fossero su un altro volo!) Litigio con un assistente low cost che, perlomeno giustificato dall’insulsaggine del suo stipendio, avrebbe fatto di tutto per vendicarsi di ciò sfoderando una intransigenza che piuttosto a Norimberga erano stati clementi. E Norimberga stava anche lì vicino, pensò Narciso Moloch. Poi tutti i passeggeri del volo di Narciso Moloch scesero a piedi sulla pista dove li aspettava un bus che, con grande probabilità, era stato regalato alla direzione dell’aeroporto dalla compagnia di trasporti pubblici del paesino dove Narciso Moloch era cresciuto. Un bus tra il giallo e l’arancione che aveva tutte le caratteristiche per risultare scomodo ai viaggiatori. E per rompersi di lì a poco. Il conducente stava chiudendo le porte quando si sentì una donna urlare. Era italiana.
– Fermi, fermi! Stop!
Il conducente ignorò la pazza e cominciò ad andare. Quella strillò ancora più forte.
– Stop! Stop! Avete capito! Stop!
Il conducente, forse perché anche lui al lavoro fra le cinque e le sei del mattino, frenò così bruscamente che la metà delle persone andò a sbattere contro la persona di fianco. Poco male, pensò Narciso Moloch, mentre si appoggiava giustificato a una bionda abbastanza alta e dal corpo particolarmente sodo. Purtroppo dovette ricevere l’abbraccio ingombrante della signora che gli stava dietro e che, di sodo, aveva ormai ben poco.
– Stop! Mi hanno rubato il cellulare! Stolen mobile! Ho perso il cellulare! Lost mobile! – La gente la guardava interdetta. – Ah, sì! Lost mobile! At the check-in!
L’assistente di terra, una volta aperte le porte, si avvicinò e cominciò a indagare su cosa fosse successo. Risultava che la signora non trovasse più il cellulare e, sinceramente, questo lo aveva capito perfino il pilota dell’ultimo aereo parcheggiato in fondo alla pista. Ma cosa volesse la signora, peraltro comodamente seduta, non era chiaro. Dovevano forse alzarsi tutti e lasciarla tornare a piedi fino al check-in? Doveva andare qualcuno, per sua signoria, al check-in, per ritirare il prezioso cellulare? Era tale cellulare incastonato di diamanti e placcato d’oro? Non sapeva, la signora, che nel frattempo il check-in era bello che chiuso e, di conseguenza, due erano le opzioni:
1) il cellulare era rimasto incustodito per il tempo necessario al barbone che viveva vicino a quel banco – uno dei tanti, banchi ma anche barboni dell’aeroporto – per farlo suo e rivenderlo per un panino e una birra da un litro;
2) era piuttosto stato notato da personale dell’aeroporto che ne aveva disposto a proprio piacimento, ivi inclusa l’opzione di una possibile restituzione futura attraverso ufficio bagagli smarriti. Sub-opzione, questa, quotata dai bookmakers cinque a uno che, sia detto, è pur sempre una buona quotazione.
Spiegarono con il massimo della pazienza alla signora che il bus non poteva fermarsi, l’aereo non poteva ritardare e che, al massimo, poteva restarsene lei a terra e cercare il suo fottuto cellulare per tutto l’aeroporto.
– E’ una vergogna! – la signora aveva ormai abbandonato ogni tentativo di comunicare in lingue medie – Appena torno in Italia, mi faccio sentire io con questa compagnia! E anche con l’aeroporto! Non sono mai stata trattata così, io!
Nel frattempo il conducente stanco aveva rimesso in moto. Fece appena un centinaio di metri, poi un altro grido:
– Ah! Ahhh!
Di nuovo brusca fermata, di nuovo addosso alla bionda. Di nuovo la grassona addosso e, stavolta, Narciso Moloch le diede un’occhiataccia.
– Ah! Eccolo! Era nell’altra tasca!

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